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mostre passate

Il giardino di ferro

23.01.-23.02.2010
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Alla Galleria Goethe di Bolzano, a partire dal 23 gennaio, espongono Luciano e Ivan Zanoni, padre (1943) e figlio (1971) fabbri con fucina a Caldes in Val di Sole, eredi di quattro generazioni di artigiani del ferro (la fucina originaria era a Cavizzana) ed ora artisti riconosciuti a livello internazionale. Loro opere sono presso grandi collezioni pubbliche e private (un ulivo in ferro di Luciano Zanoni è nella raccolta privata di Bill Gates, il "patròn" di Microsoft nella sua casa di Seattle/USA) e si trovano in esposizione permanente presso alcune gallerie internazionali, come la Varniér di Parigi, la Salamon di Milano, la Galleria Brulé di Strasburgo. Una monumentale opera in ferro battuto di Ivan, molto evocativa, alta circa quattro metri è stata recentemente installata all'ingresso del paese di Cimego, nella valle del Chiese, verso Brescia e rappresenta Fabbro Alberto, il seguace di Fra Dolcino e Margherita, la coppia di "apostolici" che predicò a lungo nel Trentino, fu perseguitata per le sue idee di apertura e uguaglianza religiosa e finì bruciata in quanto eretica nel 1307 a Novara.
Per la Galleria Goethe la mostra dei Zanoni è un ritorno (una precedente esposizione incentrata sulle opere di Luciano risale al 1999) ma anche una proposta nuova, perché per la prima volta i due fabbri-artisti, padre e figlio, vengono presentati "alla pari" nella continuità di quest'arte antichissima, fondante sulla manualità del forgiare, del trarre scintille da una materia come il ferro, portata a incandescenza nella sua "anima" interiore per poter poi essere contenuta in una forma - per diventare forma - ma anche nelle loro profonde differenze. Perché la strada aperta a colpi di martello da Luciano è stata seguita dal figlio Ivan con sensibilità nuove ed anche inquietudini nuove, a volte con timori oscuri più aderenti all'incertezza dei tempi. Ne esce un discorso complessivo di grande espressività: dalle radici antiche della terra alle inquietudini di un destino sempre più fragile per gli esseri viventi. Gli ulivi, la grande vite di Luciano Zanoni trasmettono un messaggio di solidità, di speranza. L'eternità dello spirito creatore. I piccoli animali di Ivan sembrano invece usciti, piuttosto, da un giardino incantato, o forse stregato, dove non mancano gli incubi. Le sue anatre in volo non si sa da dove provengano o dove vadano.
E' una "bottega", quella dei fabbri Zanoni, nel senso più classico. E' la fucina di un'arte che non nasce da idee improvvisate, ma si prepara con la manualità, che plasma la materia per trasformarla. E però la "bottega" non è una "maniera", e sta in questo il fascino di porre padre e figlio a confronto, la ragione di un'esposizione in contrappunto.

L'arte dei due fabbri di Caldes è infatti antica, ma travasa nelle suggestioni e nelle evanescenze della modernità tutta la forza di una materia estratta a colpi di piccone dalle viscere della terra. La scultura di Luciano e Ivan Zanoni si confronta con un materiale ostico, spesso nemico. Occorrono migliaia di colpi di mazza per forgiare le foglie di un ulivo, a tratti pare quasi che l'opera nasca da una lotta corpo a corpo fra l'uomo e l'incudine. Non a caso la maggior parte degli scultori preferisce al ferro materiali più "facili" come la creta, il gesso, il bronzo, il marmo. Il ferro poi è materia dal colore nero, che deve trovare la sua luce - e la trova - dall'interno, quasi una reminescenza del fuoco incandescente cui il metallo è stato portato prima di essere domato, a colpi di maglio e di martello. Ma stanno anche in questo scontro fra l'uomo-artefice e il metallo, fra il fabbro e il ferro, fra le ricerche dell'arte e le ragioni dell'artigianato, le motivazioni che le opere di Luciano e Ivan Zanoni esprimono. I loro lavori, infatti, trovano piena spiegazione solo se la lunga tradizione delle generazioni di fabbri nella Val di Sole viene posta a confronto con i fermenti dell'arte internazionale quali si sono manifestati a partire dagli anni Cinquanta, se viene riferita alla parallela esperienza di un altro artista originario di Caldes (a sua volta figlio di un fabbro) il pittore Paolo Vallorz "trapiantato" dalla Val di Sole a Parigi nella fruttuosa stagione degli anni Cinquanta e Sessanta, a contatto con suggestioni di artisti come Klein, Tinguely, Rioppelle, i fratelli Giacometti...per ritornare poi ad esplorare le antiche radici in una nuova stagione di pittura. Ci sono le esperienze sofferte evocate, prosciugate quasi dalla materia, di Giacometti (anch'egli originario di un paese di montagna) nei ferri di Luciano, nella sua forte identità legata alla terra, c'è la luce di un blù di Klein che traspare dietro il corrusco delle superfici battute di Ivan.

In questa prospettiva il colloquio fra padre e figlio esce dalla dimensione della "bottega", della fucina in Val di Sole, ed entra in presa diretta con le sfide della modernità. Interpreta una realtà esistenziale, oggi.
La mostra vuole documentare e proporre questi passaggi (f.d.b.)