mostre passate
Margareth Dorigatti: "Zwei Seen / Due laghi"
I due laghi
Tutto, nel lavoro di Margareth Dorigatti, ci parla, da sempre, di un'investitura da parte del gesto pittorico, del corpo-anima della pittura, sopra ed oltre il codice scritto dell'immagine o della parola, sopra ed oltre il confine dei segni e delle cerniere portanti del linguaggio artistico. Ovunque, anche in passato, macchie, strisciature di grafite, di biacca, sgocciolature di pennello, polveri, sabbie, scrittura attraversano i campi separati della tecnica, del supporto, dell'immagine, della parola e grondano umore.
L'intenzionalità, la pulsione energetica contano di più delle condizionanti cesure razionali, il senso ed il significante, con cui ogni figura è interpretata e sentita, più del significato in cui è costretta a forza, da codici sociali o dall'interpretazione che, ogni volta, l'archetipo del mito ha consolidato nei differenti periodi della storia. E la pittura è il daimon - quella "regione intermedia" o "metaxy' " riconoscibile come "regno della realtà psichica" (1) - che caratterizza sia Eros che Anima nel mediare la comunicazione tra la Psiche e l'Io.
Vorrei, per questo, contraddire vivacemente alcune letture del suo lavoro, la cui interpretazione resta in bilico tra una scissione, propria al linguaggio della modernità e l'eventualità o il sospetto, sia pur lieve, di un'intima lacerazione di cui testimoni la stessa autrice, benché si sottolineino, poi, le sue intrinseche qualità estetiche.
Nell'uscita dai confini della Storia che hanno caratterizzato l'ingresso europeo nell'epoca della post-modernità - alla fine degli Anni Settanta - la propensione di Margareth Dorigatti, al suo debutto nel nuovo scenario artistico, non è andata verso l'attraversamento, senza deriva, dei linguaggi delle avanguardie storiche - responsabili di aver spezzato l'asse greco-romano su cui si reggeva la tradizione occidentale - ma, al contrario, proprio verso i modelli di una classicità, sull'asse tedesco-romano, ritrovati e ri-sperimentati interiormente, grazie al trinomio di letteratura, arte visiva e musica, intrecciando sensibilmente il doppio canale visivo- auditivo con quello mentale.
Se in quel frangente, ovunque, la rivisitazione del futurismo e dell'espressionismo, erano predominanti come, in seguito, lo sarà quella del surrealismo, il modello di fondo a cui s'ispira l'autrice è, soprattutto, il cubismo, dove pur inscrivendo nei vuoti la quarta dimensione, la scansione dei ritmi, l'articolazione delle linee e dei colori ovvero, la struttura formale - per intenderci - non è mai messa in discussione, ma resta, in modo paradigmatico, a indicare un bilanciamento, un'armonia in cui lo scheletro portante della forma è perfettamente leggibile, mai travisato.
Farei, poi, per lei - non dimenticando l'insegnamento di Vedova, a Venezia - almeno altri due nomi significativi, quello di Marino Marini e di Mario Sironi, che al sentimento normativo della classicità non hanno mai rinunciato, pur venendo inclusi dal chiaroveggente Michel Tapié, sin dalla fondazione, nel 1952 - in bella compagnia con gli americani Pollock-de Kooning-Kline e con i francesi Fautrier-Dubuffet-Soulages - nel movimento Art Autre, proprio, in quanto capaci di significare quell'universo di relazioni "altre", che ruotano intorno ad esso, come intorno a una profondità che ha le sue radici, ben salde, nella stessa origine europea.
Ed è proprio questa immersione in una "valle dell'intimità vivente" (2), in quel regno d'ombra che travalica ogni confine e lo collega, per via di profondità, ad altre ombre - senza cui ogni sviluppo è impossibile - il campo in cui, da sempre, si esprime la pittura di Margareth Dorigatti. Una ricerca di relazione, dunque, un diapason di vibrazioni, di contagi, un'alleanza persino con le contaminazioni più impure e le compagnie più impervie e scomode, per dar vita ad una comunanza, ad una collettività di condizioni e pensieri, in cui abita l'intrinseca appartenenza, la familiarità con un humus che parla la nostra stessa storia. Non certo una frantumazione, quindi, semmai un'onda che si insinua fra frammenti e rovine, già esistenti, con l'esigenza di travalicarli e insieme interrogarli-indagarli per - in una parola - comprenderli.
Forte, dalla fine degli anni Settanta sino a ieri, come per la necessità di un confronto, è stato il richiamo della committenza pubblica, l'interesse per il mondo, la società, i cicli decorativi, la grande scenografia. La scelta di affrontare obbiettivi tematici - come per le grandi personalità di Virginia Woolf, Maria Callas - la spingono, ben presto, verso le figure bibliche o del mito.
La sfida si fa più forte, tragica, dacchè come donna, tutto un destino di follia, di esilio o di abbandono s'inanella, dinanzi a lei, in un racconto multiplo, ricorrente e infinito. E' a questo punto, che il suo Io di occidentale, tipica, entrerebbe, senz'altro, in conflitto con il Mondo, avvertito come ostile e separato, se lo studio, la ricerca e un'innata ironia, non le venissero incontro sotto la forma insinuante del travestimento o della Ybris, come i greci chiamavano l'oltraggio nei confronti della divinità.
Con l'Epistolario tra Goethe e Charlotte von Stein, del 2003, Margareth Dorigatti dà vita ad una duplice operazione: le lettere di Charlotte, ormai inesistenti - perchè eliminate dalla stessa autrice - ora ricostruite dall'artista, danno voce alle sue insofferenze nei confronti dei tradimenti di Goethe, svuotano, dall'interno, la personalità morale del Sommo Poeta e designano inesorabilmente la sua condanna. Nello stesso tempo, l'unica possibile soluzione del complesso - e comunque straordinario - rapporto speculare-analogico, tra il doppio maschile e femminile dei due protagonisti, viene ad offrirsi nel tessuto uniformante della pittura, che risponde al solo principio della "verità" artistica e va al di là di ogni opposizione deliberata di bene e di male, di vero e di falso, come di ogni giudizio morale.
Nel 2007, poi, con il ciclo "Heroes", gli archetipi più celebri su cui l'umanità ha preteso di modellarsi da sempre, sono posti sotto accusa con un'ironia sferzante. La presenza del testo, come già in precedenza, è basilare per interpretare il dissidio della coscienza moderna di fronte ai modelli a senso unico che, dagli inizi del tempo, le sono stati imposti. L'oltraggio, la Ybris, l'ironia colpiscono, ancora una volta, i modelli maschili e ciò che, ancora oggi, molti specimen di umanità idolatrano in loro. Ma la fragilità, il terrore, il sentimento di nostalgia, le movenze e il pathos con cui si iscrivono nella nostra memoria le immagini pittoriche da cui quei testi sono accompagnati (Margareth presta la sua voce a Penelope, Clitennestra, Ercole, Icaro, Orfeo), ci parlano del loro disagio e favoriscono, semmai, l'umana
simpatia con la sospensione, in chiave estetica, di ogni giudizio.
Il caso non esiste, esistono solo necessità e intenzioni occulte, trasportate dalla nostra coscienza, che sono rivelate dal caso...
Un doppio registro accompagna il lavoro di Margareth Dorigatti da sempre. Il rapporto tra Roma e Berlino, l'altra città della sua formazione, si è ancora rinsaldato, negli ultimi cinque anni, tanto da scompartire e ricomporre il tempo della sua vita, quasi a metà, tra le due città.
La presenza di una vasta natura nel cuore di Berlino le consente ampi spazi di riflessione e distensione. Con lo Schlachtensee ha un rapporto di confidenza e d'amore. Nella sua biografia, questo lago rappresenta, e non solo metaforicamente, il luogo di una salvazione, del riparo, della redenzione. Ogni ansa, ogni anfratto le sono noti, lo attraversa a nuoto, ne riconosce gli odori e i rumori e un progetto sul lago di Schlachtensee le viene proposto da Leon Janucek - suo mecenate-
collezionista - che vive nei pressi del lago.
Il lago è la coppa, il crogiolo, l'Athanor alchemico, il deposito mnestico, l'immagine stessa della quiete e della serenità, che deve subire, tuttavia, continue trasformazioni, per consentire l'evoluzione in una continuità naturale della storia individuale.
L'aderenza di quest'immagine, con il momento particolare della sua esistenza, la riconduce all'altro lago della sua adolescenza, il lago di Monticolo, vicino a Bolzano. E' un corto circuito tra "vasi-comunicanti" quello che s'innesta, a questo punto, nella sua immaginazione.
Nei dipinti, nelle carte che l'artista ha "lavorato" per questa mostra, per la prima volta, ogni confine lineare pare per sempre svanito, ogni parola è muta.
Un silenzio integrale avvolge la vicenda degli impasti, delle polveri in sospensione, delle foglie e degli umori che si macerano nella polla alchemica del naturale comporsi e decomporsi, del lasciar intravvedere fondo e superficie in continuità, con la fiducia di essere specchio del cielo e bacino di raccolta della terra, in profondità: luce, nella trasparenza, nel riflesso e ombra nella poltiglia liquida, come quella che si travasa, in continuazione, dal nostro corpo verso la terra e dalle impurità raccoglie l'energia che si traduce in fecondante seme e rigenerazione.
Margareth Dorigatti, come una paziente alchimista, con periodici sopralluoghi sui due laghi, ne ha raccolto, con attento rituale, le acque, la terra, le polveri, le foglie e ogni altra materia destinata a trasferirsi, anche dall'esterno, nel loro alveo. Ne ha mescolato attentamente i composti per distribuirne, poi, la traccia sensibile sulla superficie delle nuove opere.
Il suo tempo di adolescente e quello della maturità, il grano in erba di Persefone e le spighe di Demetra sono stati riaccostati nella continuità dell'esistenza, come fasi o aspetti di un unico processo, di un'unica vicenda, che deve assicurare, psicologicamente, la saldezza dell'identità nella prosecuzione dell'essere. "To Be" è la scritta che campeggia solitaria su uno sfondo del ciclo "Heroes".
A lungo, piantata sulle sue gambe, dentro il lago, Margareth Dorigatti ha trafitto, con il suo sguardo, il lago sotto di sé. Ne ha attraversato lo specchio, sfidando Narciso, per pescarne dal fondo la sostanza, che è, certamente, realtà molteplice di relazioni intessute a formare il denso sostrato della nostra Anima.
Solo con sottili artifici, e sempre trasversalmente, la sua identità si era insinuata, in passato, dentro la costruzione dell'opera. Ora l'Opus si decanta interamente,
manifesta con una ricchezza mai toccata prima, particolarmente nei grandi dipinti su tela - ma quanta grazia, si dispensa in ognuno dei frammenti più piccoli ! - il corso di una svolta che avviene, proprio sotto i nostri occhi.
Il luogo, lo stare sono immobilità, soltanto apparenti, incubazione in cui le più grandi trasformazioni - a voce bassissima o, ancor meglio, in silenzio, poichè l'Io è assente - prendono forma, grazie ad un raccoglimento e ad una disponibilità completa.
E, ancora una volta, il doppio è significativo, necessario, "la nascita del regno psichico o di un suo nuovo aspetto compare spesso...con il motivo dei gemelli, il raddoppiamento delle immagini, il numero due in tutta la sua ambivalente varietà....con la diabolica duplicità della coscienza" ( 3 ).
"Ciò che è creativo deve creare sé stesso" ha scritto John Keats ( 4 ). Ma è alla lunare Artemide, alla sua sacra indipendenza - vergine e fertile - come alla sua freccia infallibile, capace di traguardare boschi e laghi, che Margareth Dorigatti ha voluto dedicare questo suo nuovo ciclo esistenziale e pittorico.
Giovanna dalla Chiesa
------- (1) (2) (3) (4) J. Hillmann: "Il mito dell'analisi", pp. 83, 42, 83, 39; Adephi, Milano 1979